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Un modo di essere attivi
è
caratterizzato dalla mancanza di soggettività nella
decisione.
Altri decidono e il soggetto esegue, ma deve eseguire bene.
Bisogna saper fare bene, anzi fare al meglio, le cose, per
mettersi sul mercato.
E allora, attività è sinonimo di buon risultato.
Viene incentivata la competenza in abilità.
Il successo arriva se otteniamo un risultato pratico
apprezzato.
Quindi si crea questa circolarità:
ABILITÀ-RISULTATO-SUCCESSO.
I più abili sono quelli che hanno la capacità di saper
cambiare, cioè che non solo seguono l’innovazione, ma loro
stessi si mettono sul mercato perché hanno una capacità
costante di trasformazione.
Una società come la nostra cresce con incentivi del tipo:
RISULTATO-COMPETENZA-PREMIO.
Ma non sempre le persone che si applicano positivamente, che
pure fanno quello che vogliono fare, e lo fanno anche bene,
realizzano se stessi. Molto spesso sacrificano altre
dimensioni della propria personalità.
Per l’attività si bruciano i rapporti familiari, non si
hanno dei rapporti consuetudinari con i figli, si tende a
generare sempre meno.
E quindi abbiamo una riduzione del legame sociale come
rapporto personale, con sviluppi sempre più forti di legami
funzionali, a scapito dei rapporti di amicizia.
Capita spesso che l’individuo, nel pieno della corsa, spesse
volte si perde e si domanda: ma quello che sto facendo, cosa
mi da? Sono io?
Ma si sa che se viene a mancare il successo si va incontro a
crolli e a grandi solitudini e allora si va avanti a testa
bassa, rafforzando le prestazioni a scapito delle relazioni.
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Un altro modo di essere attivi
è
quello di porsi il problema di realizzare se stessi trovando
qualcosa da fare dove a decidere siamo proprio noi. E che
non sia necessariamente collegato all’abilità.
E qui riemerge, torna la nozione antica di virtù, dove virtù
vuol dire sostanzialmente agire in modo che nell’azione si
realizzi la propria personalità. I Greci avevano una parola
con una radice che significava arte del vivere.
Prevale la scelta nei confronti dell’arte libera rispetto
all’abilità e alla prestazione.
Per arte si deve intendere quanto di creativo riusciamo a
costruire dentro e fuori noi stessi.
In questo caso non ci si estrania nel lavoro, ma ci si
esalta, si trova il godimento in ciò che si fa.
Non a caso nel mondo antico l’immortalità era legata
all’opera e non al lavoro: un lavoro libero nella
generazione dell’opera.
E allora il soggetto a questo punto deve scoprire ciò per
cui è costituzionalmente fatto e predisposto, scoprire la
scintilla da cui scaturisce la propria essenza, che non
sempre coincide con l’abilità, fino a sviluppare dimensioni
di sé ignote o trascurate.
Cioè dire non fare quello che altri vogliono che facciamo,
ma al contrario fare quello che sentiamo e vogliamo noi.
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